PENNUTI

Ritratti ironici e non solo di madri e figli
di Lucilla Lupaioli
con Massimo De Santis
assistente alla regia Giovanna Muschietti


Queste sono le storie di esseri umani in cerca di una collocazione, accumunati dal bisogno di conformarsi alle richieste della collettività, malgrado la percepiscano ostile, contraddittoria, anaffettiva e programmata su principi che rasentano la crudeltà. Roma, coacervo di storie, popoli, lingue, piazze e fontane, fa da colonna sonora, visiva e immaginifica a Costantino, Rosa, un cinico gabbiano e un piccione innamorato.

Costantino, disagiato e a disagio, sempre fuori posto, è un uomo ancora bambino in cerca di una collocazione autonoma che possa tuttavia aderire al vissuto, pur disagevole e incomprensibile, degli altri. Un uomo arenato nella condizione di figlio, che annaspa inseguendo l'obiettivo che sente dovrebbe appartenergli, che lo farebbe Uomo fra gli Uomini, uno fra gli altri, con gli altri; ma l'Altro è sempre altrove e diverso, inaccessibile. Costantino lotta contro l'impulso che lo farebbe Unico, perché non riesce a renderlo partecipe del sogno comune, un sogno divenuto frattaglia di un sogno di libertà più grande da tempo disfatto, ormai svanito per far spazio a questo avanzo di sogno fatto di serie televisive, videogiochi, frasi fatte e ambizioni “telecomandate”.

Rosa, madre spiata e raccontata dallo sguardo generoso di un piccione, fatica a mantenere vitale una famiglia come tante, una famiglia disarticolata, sempre sull’orlo della deflagrazione. Un nido percepito in costante pericolo, che la Madre, guidata da un sovrano istinto animale, con accidentale maestria e con una fatica indicibile e misconosciuta, tenta di sostenere anche contro ogni probabilità di vittoria. Il mondo degli altri, con e contro il quale lottano e al quale vorrebbero appartenere loro malgrado, li respinge.

Costantino ascolta se stesso, le sue interne vibrazioni, che percepisce importanti e autentiche ma delle quali non ha piena coscienza, mentre le illusioni, che il “mondo civile” ha reso oggetti concreti, lo scollano dalla realtà che si presenta ai suoi occhi, come un presente neandertaliano, affatto lontano da un futuro possibile.

Rosa è la Madre di tutte le madri, la mater quotidiana, sinossi di madre e moglie, che, cerca di moltiplicarsi per rispondere alle numerose urgenze del suo mondo, tentando invano di ritagliarsi uno spazio autonomo, che di continuo viene sopraffatto da bisogni paradossalmente sempre più urgenti dei suoi.

Costantino e Rosa sono prodotti del presente, in lotta con un immaginario interiore creativo e unico, continuamente soffocato e deriso dalle contaminazioni dell’illusione collettiva.

Il Konstantin cecoviano, germe di questo Costantino contemporaneo, è anch’egli, suo malgrado, conforme ad un presente che sembra impermeabile ai suoi richiami, mentre Il Gabbiano Jonathan Livingston sta a questo gabbiano “preistorico”, come l’illusione ricamata intorno alla vita sta alla realtà.

Mentre il Figlio parla in prima persona, Rosa è un carattere ombra, donna sola malgrado le infinite attività, narrata dal piccione che sembra l’unico a vederla, l’unica creatura che ne conosce e rivela l’odore e l’essenza, l’unico che ne raccoglie l’improvvisa confessione. Il “ratto con le ali” che invade incurante le città di tutto il mondo, è l’unico che l’ascolta, pennuto civile e sensibile.

Costantino, antieroe contemporaneo, incapace di indossare la maschera salvifica con la quale si illude di poter partecipare al vivere comune, si vede ascendere al ruolo di Eroe, quando questo mondo dovrà cedere il passo ad eventi catastrofici contro i quali l’uomo non potrà più nulla. A quel punto si illude che anche il suo ruolo sarà rivisto, il suo destino mutato, che c’è una giustizia divina che saprà dare la legittima ricompensa. Intrappolato nel suo stesso sogno, la realtà tornerà a sfidarlo lasciandolo solo con il gabbiano dal becco insanguinato che saprà rivelargli, specchio della sua disistima, una verità incontestabile, quanto facile, nichilista, che lo ripiomberà nel ritmo confortevole dell’incoscienza.

Il linguaggio di Costantino, impronta del suo carattere, è a tratti epico, a tratti quotidiano, spesso legato ad espressioni rubate alla Tv, come un anestetico in sostituzione dell’avventura dalla quale non può che fuggire. Quella di Rosa è la lingua semplice delle Madri, ma la madre in quanto persona-madre, parla una lingua poetica e universale grazie allo sguardo aperto, attento e amorevole del piccione.

Costantino e Rosa rievocano episodi nostri, nei quali viene collocato tutto il loro e il nostro malessere, la rabbia troppo spesso e troppo a lungo soffocata, le aspettative deluse e i desideri, mettendo in campo un’ironia involontaria che ce li avvicina, e che, disegnando sensazioni nelle quali molti possono riconoscere la propria quotidiana inadeguatezza, la trasformano in un bene comune che potrebbe, nel tempo, rendere giustizia agli inadatti, agli sbagliati, ai diversi, che hanno il difetto di essere autentici e stra-ordinari. Lucilla Lupaioli Gennaio 2011